venerdì 15 maggio 2026

Il piccolo Lenin - Racconto. LA RESISTENZA NON SI PROCESSA






Il piccolo Lenin - Racconto

Tratto da “Una storia di vendette”


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Luigi Bulgarelli continuava a chiedersi cosa ci facesse uno come lui nello studio Ghezzi, il principale covo di avvocati del capoluogo. Aveva circa trent’anni, una canizie inesorabilmente progressiva e una barba incolta e minata dall’alopecia come testimoniava, ancora una volta, quello specchio maestoso nel quale, da almeno mezz'ora, osservava la sua triste immagine riflessa. A dire del suo dermatologo, Luigi era troppo stressato e per questo perdeva una grande quantità di peli da ogni parte del corpo. Questo fenomeno, collegato a una carnagione pallida, agli occhiali spessi e a una magrezza paragonabile a quella degli anoressici, lo rendeva tutto tranne che bello. 


In altri tempi, di lui si sarebbe detto che era un tipo interessante – o addirittura un intellettuale – ma, in quei tristi anni Novanta, quello storico era semplicemente un povero, insulso, inutile precario. Precario all’università, dove si manteneva con un assegno di ricerca dedicato allo studio delle nobildonne locali e precario della vita, dove faticava a pagare il sempre più esoso affitto del bilocale in cui viveva a causa della crescente speculazione edilizia. 


La sua vita sarebbe proseguita oscillando tra solleciti di pagamenti condominiali e letture dei carteggi della contessa “tal de’ tali” (attività che odiava profondamente ma che non poteva abbandonare per obbligo verso i dettami del suo magister, l’ordinario Furietti, e soprattutto per mera necessità di sopravvivenza) se nell’estate di quell’anno non avesse ricevuto una chiamata dalla segretaria più vecchia e acida dello studio Ghezzi che, con tono imperituro, lo convocava in via Azzari 14, dove l’avvocato Borsari pretendeva la sua presenza.


Luisa Borsari era stata la sua fidanzatina durante gli anni delle scuole elementari, trascorsi nel paesino in cui entrambi erano nati e cresciuti. Luigi anche da piccolo non era un adone: risultava un bambino intelligente ma piuttosto goffo e silenzioso. Al contrario, Luisa anticipava già allora quei lineamenti che l’avrebbero resa una donna avvenente e che, sommati a un carattere deciso e puntiglioso, erano di buon auspicio per una carriera di tutto rispetto. Per questi motivi in molti si chiedevano l’origine di un connubio tanto strano ma, allo stesso tempo, guardavano con una certa speranza a quell’unione platonica che difficilmente avrebbe avuto qualche possibilità di proseguire oltre l’infanzia. 


E difatti in prima media, quando Luigi fu indirizzato all'istituto più vicino mentre Luisa prese la via del capoluogo, il loro amore terminò alla fermata della corriera. Da allora le loro strade si separarono e nel corso degli anni, in quei rari incontri occasionali per le vie del paese, la freddezza e un modesto imbarazzo erano tutto ciò che rimaneva della loro fanciullesca empatia. Luisa frequentò le migliori scuole, si laureò col massimo dei voti in giurisprudenza e scelse di fare la divorzista presso lo studio Ghezzi. Scelta che da un lato fu naturale conseguenza della relazione sentimentale che aveva intessuto col compagno di studi universitari, Francesco Ghezzi – erede del casato e della palazzina risorgimentale in cui risiedevano tutti gli uffici dei venti avvocati associati – dall’altro era dovuta alla sua volontà di trarre il massimo profitto nel minor tempo possibile dalla propria occupazione. 


E ci era riuscita. Nonostante la fine della sua relazione col rampollo di famiglia, nel giro di dieci anni Luisa aveva scalato, in senso metaforico e non, tutti i piani della palazzina. E adesso si ritrovava accanto allo studio dell’ottuagenario – ma ancora lucidissimo – Federico Ghezzi  che, a sentire le voci di corridoio, avrebbe preferito lasciare baracca e burattini alla Borsari piuttosto che a quell’imbranato del nipote.


Ormai Luisa seguiva soltanto i clienti più facoltosi, preparava contratti prematrimoniali capaci di superare indenni ogni tempesta giudiziaria, lavorava almeno nove ore al giorno e aveva una routine esistenziale programmata al secondo. 


Perciò Luigi, mentre aspettava di essere ricevuto, continuava a chiedersi cosa diamine lei volesse da lui.  


Quando finalmente gli dettero il via libera attraversò un lungo corridoio superando la scrivania della segretaria vecchia e acida, raggiunse la porta dell’ufficio, girò con una certa ansia il pomello e, finalmente, entrò.


Avrebbe potuto apprezzare l’eleganza di quella magnifica stanza, arredata finemente, con dei preziosi affreschi sul soffitto e quattro deliziose poltroncine parigine che circondavano un tavolo laccato se i suoi occhi non si fossero posati subito e soltanto su Luisa. Era seduta alla sua scrivania, piazzata nella parte estrema dello studio, e scriveva rapidamente sulla tastiera del suo pc portatile. 


Non la vedeva da parecchio tempo: a occhio e croce dal funerale di suo nonno Secondo, cinque anni prima. Non era affatto cambiata. Gli stessi capelli lunghi, mossi e corvini. Gli stessi occhi scuri e profondi, dietro cui era difficile cogliere qualsiasi intenzione. 


Luigi era già in imbarazzo, indeciso su come attrarre l’attenzione di Luisa, che sembrava tutta rivolta ad altre attività, quando lei alzò leggermente il capo e gli sorrise. Bastò questo per accentuare il suo notevole impaccio ma al tempo stesso quel sorriso gli diede il coraggio sufficiente per avanzare verso la scrivania. 


– Accomodati. – Disse Luisa alzandosi in piedi e tendendo la mano. 


Luigi a sua volta le porse la destra e incontrò una stretta sicura e prolungata. Poi, mentre osservava il tailleur grigio e molto attillato della sua ex fidanzatina, si accomodò sull’unica sedia presente davanti alla scrivania. 


– Ti trovo bene. – Affermò con una certa sicurezza l’avvocata prima di rimettersi seduta. 


Era una frase di circostanza, specie nel suo caso, e Luigi lo sapeva benissimo. Rispose con un sorriso sbiadito. Era il massimo che poteva concedere. Per quanto la visione di Luisa fosse tra le più piacevoli delle ultime settimane, non aveva alcuna voglia di trovarsi lì e, senza inutili scortesie, non voleva provare a nasconderlo. 


– Scusami per averti fatto venire qui in questo modo, di corsa e senza alcuna spiegazione precisa. – Luisa sembrava aver colto il suo disagio. – Cercherò di essere breve e venire subito al dunque.


Luigi avrebbe voluto replicare con una delle espressioni tipiche di queste conversazioni ma lei proseguì senza dargliene tempo. 


– Tre giorni fa ho ricevuto una chiamata dalla questura. – Il tono di Luisa divenne più delicato. – Era per avvertirmi che tale Oliviero Zaccarelli mi aveva segnalata come suo avvocato d’ufficio. – Si schiarì la gola. – Pensai a uno sbaglio, poi quando mi dissero che l’uomo era accusato di omicidio mi convinsi che era sicuramente un errore. Sai – allargò le braccia – io faccio la divorzista, l’ultima volta che ho letto il codice penale è stato al terzo anno di giurisprudenza. 


Luigi, che già prima era confuso, ora non ci stava capendo più nulla. 


Luisa evidentemente se ne rese conto e alzò il dito come a chiedere ancora un minuto: – Invece non era un errore. – Scosse la testa come se ancora non avesse accettato il fatto. – Stavo già per dire che non avrei assunto l'incarico, se l’agente della questura non mi avesse detto che tale Zaccarelli, a cui loro avevano ripetutamente segnalato la mia specializzazione, non aveva voluto prendere in considerazione nessun penalista. – Aprì il cassetto e tirò fuori una di quelle sigarette molto lunghe, giocherellandoci con le mani. – Questo non mi avrebbe fatto desistere dal rinunciare se, al tempo stesso, non mi avessero informata che, al momento dell’arresto, tra gli effetti personali dell’indagato c’era una busta sigillata indirizzata a me e firmata da Olao Borsari. 


Luigi sapeva benissimo chi era Olao Borsari: il nonno di Luisa e il leggendario partigiano Gavroche, nonché il miglior amico di Secondo Bulgarelli, suo nonno. Oliviero Zaccarelli invece era un nome che non gli era nuovo, eppure non riusciva ad aprire il cassetto giusto della sua memoria. 


– Tu sai qual era il rapporto che ho sempre avuto con mio nonno. 


Luigi conosceva perfettamente le vicissitudini della famiglia Borsari. Olao, che era stato per due mandati sindaco del paese prima di diventare assessore provinciale e poi regionale, aveva avuto tre figli, tutti maschi, ma una sola nipote. Luisa, appunto, capace di trasformare quel pezzo di marmo in una specie di vecchio rimbambito che letteralmente impazziva per la sua nipotina. “L’è mat.” Solo questo aveva detto Secondo Bulgarelli vedendo l’amico – e comandante della sua brigata ai tempi della guerra – portare la bambina sulle spalle mentre stava a quattro zampe e nitriva come un cavallo al galoppo. 


Olao, insomma, stravedeva per Luisa e lei stravedeva per il nonno. Andarono avanti così fino a quando un brutto male se lo portò via sulla soglia degli ottant’anni. Luisa era ormai abilitata e aveva scelto la sua strada. Al vecchio Borsari non piacevano né Francesco Ghezzi (“l’è un cazz e mezz”) né tantomeno suo nonno (“l’è una camicia nera ripulit”), ma alla nipote non avrebbe mai rimproverato nulla. 


– Dopo aver saputo della busta, ho chiuso il telefono e mi sono precipitata in carcere, dove Zaccarelli era detenuto con l’accusa di omicidio. 


– Omicidio? – ripeté Luigi. 


Luisa accese la sigaretta e iniziò ad aspirare. – Ricordi il ritrovamento di quello scheletro in fondo al laghetto delle vecchie filande?


E come poteva dimentircarselo? Ci aveva passato intere estati ai margini di quella pozza. Era stato il posto preferito dai ragazzini del paese per intere generazioni. Era rimasto sgomento quando aveva saputo che proprio lì era stato ritrovato un cadavere, probabilmente grazie ai mesi di siccità che avevano asciugato il laghetto.


– Il morto era lì da circa sette anni. Nonostante di lui non fosse rimasto che lo scheletro, grazie all’esame del DNA sono riusciti a identificarlo. Si tratta di Alessandro Serpieri.


Alessandro Serpieri era stato l’ultimo proprietario delle filande, erede della famiglia più ricca della zona. Molti decenni prima aveva venduto nel giro di un lustro tutti i possedimenti, gli immobili, le terre e persino il marchio e i brevetti della filanda. Viveva di rendita, non aveva né moglie né figli, gli piaceva il gioco d’azzardo e, quando era scomparso, parecchi pensavano che fosse scappato a causa di qualche debito irrisolto. 


Anche Luigi era di questa opinione. 


– Insieme al morto, all’interno del laghetto ormai ridotto a una putrida palude, la scientifica ha rinvenuto anche l’arma del delitto, un pugnale d’assalto tedesco della Seconda guerra mondiale. – Luisa spense la sigaretta nel posacenere e tirò fuori un fascicolo dalle dimensioni ridotte. – Un modello particolare, in uso agli ufficiali delle SS. – Estrasse dal plico una fotografia che su uno sfondo bianco lasciava emergere un coltello dal manico di legno e dalla lama abbastanza lunga. Poi girò l’immagine verso Luigi. In basso era riportata la dicitura KAMPFMESSER M.42. 


– Si è mantenuto bene. – Lui non sapeva nulla di quelle cose, non si era mai interessato di armi. Considerava nauseanti gli storici militari, ridicoli i rievocatori e malati i collezionisti di cimeli. 


– Così bene che mostrando quest’immagine a qualche vecchio del paese addirittura quattro persone hanno saputo dire agli inquirenti che quel coltello una volta apparteneva a Oliviero Zaccarelli. – Luisa ripose la foto nel fascicolo. – Facciamo un passo indietro. – Tirò fuori un’altra immagine.


Quella fotografia Luigi la conosceva bene dato che una identica faceva bella mostra di sé nel salone di casa di suo nonno. Erano i partigiani fondatori della Brigata d’Urto, quella che aveva liberato prima il capoluogo e poi il paese. Lui conosceva a memoria i soprannomi di tutti. C’era chiaramente Gavroche al centro, il Piccolo Lenin alla sua destra e il Fabbro, suo nonno, alla sinistra del capo. Sulle ali Tin Tin e Azzurro. Davanti, inginocchiati, Ranocchio, Gaspare, Belgrado, Tarzan e l’Angelin. Luigi aveva sentito le loro imprese narrate centinaia di volte da suo nonno, da Borsari e dagli altri sopravvissuti. Erano rimasti quasi tutti in zona e non avevano mai smesso di stare insieme: dalla sezione del partito al circolo di carte, dal campo di bocce alla sala da ballo. 


Luisa allungò l’indice sul secondo da sinistra della fila superiore. – Questo è Oliviero Zaccarelli. – Sentenziò. 


A dire di suo nonno, il Piccolo Lenin era il più intrepido della Brigata e Luigi ricordava ognuna delle sue gesta. Da solo aveva disarmato un manipolo di SS che poi avevano scambiato con alcuni compagni salvandoli da morte certa. Per non dire di quella volta che, nel corso di un accerchiamento nemico, aveva tenuto testa a decine di fascisti. Era un diavolo dentro e fuori dalla battaglia il Piccolo Lenin, capace di marciare senza cibo per giorni e di camuffarsi al bisogno da barrocciaio come da carabiniere. Lo chiamavano così per la bassa statura e perché portava un’immagine del primo segretario dell’URSS nel taschino della camicia, all’altezza del cuore. 


– Pensavo fosse morto allo sciopero delle filande. – Luigi era stupefatto.


Nel febbraio del 1949 l’intero stabilimento delle filande era entrato in agitazione. Serpieri aveva licenziato tre operai iscritti al sindacato e la reazione dei colleghi non si era fatta attendere, così come la solidarietà di tutti i lavoratori del paese: una serrata aveva bloccato l’intera zona. Allora erano intervenuti i carabinieri che nel corso di una manifestazione davanti alle filande avevano aperto il fuoco uccidendo tre persone. 


– Zaccarelli guidava lo sciopero e fu ferito seriamente, ma non morì. Semplicemente dopo quel fatto e alcuni procedimenti che pendevano sulla sua testa sparì. – Luisa tirò fuori un’altra fotografia dal fascicolo. Il Piccolo Lenin era in piedi sopra una treggia, ai margini di un campo appena falciato. 


–  Unione Sovietica? – A Luigi sembrava scontato che lo avessero mandato nel paese dei Soviet. 


– Cecoslovacchia. – Rispose lei. – Questa viene da Roma. – Indicò l’immagine. – Qualcuno la spedì alla sede centrale del Ministero degli Interni; hanno cercato di estradare Zaccarelli per anni senza successo. 


– E dopo l’amnistia del 1953? – 


– Niente, Oliviero è tornato in Italia soltanto nel 1991, dopo la fine del socialismo reale. – Prese un po’ d’aria nei polmoni. – È tornato e ha ucciso Serpieri. 


– Non ci capisco nulla. 


– Ora te lo spiego io. – Luisa era parecchio saccente e non aveva problemi a mostrarlo. – Zaccarelli è rientrato in paese ed è andato a dissotterrare il coltello che aveva sottratto a una delle SS catturate nel ‘45. Tutti sapevano che il pugnale era suo, perché lo aveva mostrato pubblicamente decine di volte. L’arma stava in qualche buca chissà dove dal ‘49 ma a quanto pare funzionava benissimo, visto che ci ha accoltellato Serpieri. – Guardò fuori dalla finestra. – Di questo sono certa per due motivi. Il primo è che ci sono prove schiaccianti contro Zaccarelli: la perizia sullo scheletro attesta che l’arma del delitto è compatibile con quel coltello, il suo collegamento a essa, il fatto che nella sua casa, in paese, i carabinieri abbiano ritrovato tracce di sangue riconducibili a Serpieri, alcuni testimoni che all’epoca non riuscirono a identificare Zaccarelli perché non lo vedevano da decenni ma ora giurano di averlo visto discutere con il proprietario delle filande poco prima della sua scomparsa. – Luisa ruotò lentamente lo sguardo su di lui e poi lo fissò. – La seconda, e più importante, è che lui me l’ha confessato. 


Luigi rimase più scioccato dal fatto che lei si fosse lasciata sfuggire l’ammissione che dall’omicidio in sé. Suo nonno e Borsari dicevano sempre che il Piccolo Lenin era una testa calda, uno dal grilletto facile e dall’ira improvvisa. – Ancora non capisco che ci faccio qui, però. – Un po’ era vero, un po’ voleva irridere la saccenza di Luisa. 


Lei accennò un sorrisetto. – Quando sono andata in carcere, ho preso la busta a mio nome  che mio nonno aveva lasciato a Zaccarelli. L’ho aperta e dentro c’era una lettera molto breve. Ora te la leggo. – Infilò la mano nel solito cassetto. – Se la trovo. – Rovistò ancora un po’ e poi trasse un foglio che non sembrava aver sentito troppo lo scorrere del tempo. 


Cari nipoti, questa lettera è per entrambi, anche se sappiamo che sarai tu, Luisa, a riceverla e leggerla per prima. Per questo ti chiediamo di condividerne il contenuto anche con Luigi. – Alzò la testa dal foglio per un secondo e poi riprese. – Se state leggendo significa che Oliviero, il nostro Piccolo Lenin, si trova nei guai. Lui ha semplicemente fatto quel che andava fatto, quello che noi per tanto tempo non abbiamo mai avuto il coraggio di fare. Vi chiediamo di difenderlo, in sede legale e pubblicamente, come se ci fossimo noi al suo posto. Vi chiediamo di aiutarlo in ogni modo e con ogni mezzo a uscire sano e salvo da quest’ultima tragedia che la vita gli ha riservato. Vi chiediamo di non venire meno, come noi abbiamo fatto, al giuramento che ci facemmo il giorno in cui scegliemmo da che parte stare. Vi chiediamo, insomma, di riabilitare con la vostra azione la nostra codardia. Sappiamo che certe richieste non si dovrebbero fare, e ce ne scusiamo. Ma la vita non ci ha dato abbastanza tempo per rimediare ai nostri errori. In fede, Gavroche ed Ettore. 


Luigi istintivamente allungò la mano verso la missiva, ma poi la ritrasse quando Luisa fece cenno di avvicinargliela. Prendere la lettera, inconsciamente, significava accettarne il contenuto. 


– Non vuoi leggerla anche tu? – L’avvocata aveva percepito la sua insicurezza.


– Mi fido. – Affermò con un certo fastidio. 


– Allora? – Luisa sembrava spazientita dal suo silenzio. 


– Allora, cosa?– Allargò le braccia. – Sei tu l’avvocato, cerca qualche principe del foro e fai scagionare Zaccarelli. 


– Ti ho fatto già presente che le prove contro di lui sono schiaccianti. 


– Fagli fare una perizia psichiatrica di parte. Conoscerai qualche nuovo Semerari che, ben pagato, – la fissò come a farle intendere chi tra i due avrebbe dovuto mettere i soldi – lo possa dichiarare incapace di intendere e volere. 


– Non so chi sia questo Semerari.


Luigi ricordò quanto certe vicende storiche fossero sconosciute ai più, anche tra i laureati. 


– In ogni caso, ci ho pensato. – Luisa lo disse con nonchalance, evidentemente non aveva alcuna remora di ordine etico. – Ma Zaccarelli si rifiuta in modo categorico. Dice che già ci è passato in manicomio e che preferirebbe ammazzarsi piuttosto che metterci ancora piede. 


– Li hanno chiusi i manicomi. 


– Forse questo il mio assistito – sospirò ancora – lo ignora. Ma in ogni caso lo hanno già sottoposto ad una perizia per ordine del Tribunale che lo ha valutato completamente capace di intendere e volere. 


– Va bene, ma ormai avrà ottant’anni. Mica faranno sul serio? –


– Ne ha settantotto e, purtroppo per lui, è in buona condizione fisica. Lo metteranno dentro e ci passerà tutti gli anni che gli restano da vivere, se non facciamo qualcosa.


– E cosa vuoi che faccia io?! – Sbottò Luigi – Faccio lo storico di professione, mica il penalista. 


– Sentimi bene, – Luisa si alzò in piedi – assistere Zaccarelli è l’ultima cosa che avrei voluto! – Alzò l’indice destro, – ma penso che lo dobbiamo ai nostri nonni.


– Mi vieni a fare la morale? Tu? – Luigi tirò su il braccio come a dire “ma va là”.


– Ancora con questa retorica? Tu saresti lo studioso povero e buono, mentre io l’avida arpia?


– Io sono un precario dell’università e tu fai i soldi con i divorzi dei ricchi, non mi pare proprio che siamo sulla stessa barca. – Luigi ne aveva le scatole piene di sentirsi infilare nello stesso calderone di gente come Luisa. Che ognuno stesse a mollo nella sua acqua. E pazienza se la sua era quella di un tinello bucato mentre lei sguazzava in una piscina olimpionica, ma almeno che non si mescolassero i liquidi. 


– Ascoltami – si rimise seduta – non siamo qui per una disputa ideologica, o peggio per prenderci a insulti. Siamo qui per capire se vuoi venire meno alla richiesta che ti ha fatto tuo nonno. – Incrociò le braccia al petto. 


In quelle parole Luigi riconobbe la tipica prassi di chi era disposto a raggiungere sempre un accordo, ma al tempo stesso si sentì colpire dritto al petto. Il partigiano Fabbro per lui era molto più di un nonno amorevole, era Ken il guerriero e Zorro fusi nella stessa persona, un supereroe che lo andava a riprendere a scuola al mattino e cacciava l’Uomo Nero la notte. Come poteva tradirlo? – Ma anche volessi, come posso aiutarti, Luisa? – Stava inesorabilmente capitolando. 


L’avvocata era sicuramente compiaciuta ma, dando prova di grande scaltrezza, non lo diede a vedere. – Dobbiamo trovare qualcosa che giustifichi l’omicidio. – Si alzò, scostò la sedia e iniziò a camminare. – Ci ho pensato bene. Ci serve un fatto che possa giustificare un atto esecrabile come l’omicidio. Un evento tragico a cui agganciarsi per costruire un castello di elucubrazioni che rendano i panni dell’assassinio meno sporchi.  


– Chiediamo a Zaccarelli? – Luigi, nonostante tutto, non poteva far a meno di staccare gli occhi di dosso da Luisa. 


– Ci ho provato, ma è uno zuccone. Parla poco e solo per dire che lui si prende tutte le responsabilità di quello che ha fatto. – Continuava a camminare. – Per questo ci devi andare tu. 


– Io? 


– Certo, sei il nipote di un suo compagno e uno storico. Si sentirà capito e potrebbe confidarti qualcosa di utile a non farlo marcire in carcere. 


Luigi si grattò la testa ma Luisa sapeva già che non si sarebbe tirato indietro, per questo iniziò a compilare tutte le scartoffie che avrebbero permesso al suo vecchio fidanzatino di diventare consulente della difesa e incontrare Olivero Zaccarelli. 




Non ci somigli per niente a tuo nonno. – Il Piccolo Lenin era seduto con i gomiti appoggiati al tavolo e la testa incassata nel pugno sinistro. Lo guardava fisso con gli occhi vitrei che spuntavano da un volto scavato dalla vita e bruciato da anni di Sole. – Proprio per niente. – Insistette.


Furono queste le parole con cui Luigi Bulgarelli venne accolto nella stanza deputata al loro incontro. Tre metri quadrati di spazio, dalle pareti grigie e spoglia di ogni cosa. – Solo per l’aspetto eravamo diversi. Per il resto ci somigliavamo molto. 


– Sarà, ma mi sembri più il nipote di Tin Tin, che era secco e bianco come un deportato, che del Fabbro. Lui c’aveva due spalle… – Zaccarelli allargò le mani – che sembrava un armadio a muro. – Poi si toccò la barba ispida e completamente grigia, al pari dei pochi capelli. 


– Tin Tin era magro ma tignoso: se non ricordo male fu lui a rilanciare quella bomba a mano tedesca che altrimenti vi avrebbe ammazzato tutti nella cascina Fiorenza. – Luigi scostò la sedia e si sedette. 


Zaccarelli annuì – Te l’han raccontata parecchie volte quella storia, immagino. 


– Un bel po’. – Estrasse dalla borsa che aveva appresso un blocco per prendere appunti. Ormai diversi suoi colleghi cominciavano ad usare PC portatili ma non aveva né i soldi né la voglia per cambiare abitudini.


– Alla cascina potevamo morire tutti. – Lo sguardo, che era sempre stato su Luigi, si perse nel vuoto. 


– E invece grazie a te molti si sono salvati.  


– Ranocchio, Tin Tin e l’Angelin non ce l’hanno fatta, però. – Il Piccolo Lenin si morse il labbro. 


– Lo so, spesso mio nonno mi portava sulle loro tombe. Erano le uniche volte in cui ricordo di averlo visto piangere. – Luigi non mentiva


– Meglio, sai… – Continuava a fissare un punto indefinito.


– Meglio cosa?


– Che son morti. – Tossì come se qualcosa gli venisse su dalla gola. – Così non han visto che è successo dopo. – Scosse la testa e tornò a posare lo sguardo su di lui. 


– I fascisti che riprendevano il loro posto nei tribunali, in questura, nelle amministrazioni e i partigiani sotto processo o peggio nei manicomi. – Mentre disse l’ultima parola Luigi si chiese se forse non avesse introdotto troppo presto l’argomento. 


– E a mandarceli, a volte, erano proprio i loro compagni. –  Lasciò cadere il pugno sul tavolo. – Sei venuto per questo, Luigi? Per sapere la verità?


– Per ascoltarti e capire se ti posso aiutare. – Non mentiva, e sperava che il Piccolo Lenin se ne accorgesse. 


– Me l’ha detto la Luisa… che sei uno storico, che mi vuoi tirar fuori di galera… Ma ci sono cose che a leggerle nei libri è diverso dall’averle vissute di persona. E quelle cose mi terranno qua dentro per sempre. – Scrollò le spalle. – E poi son vecchio, e di uscire non me ne frega niente. 


Altri avrebbero pensato che Oliviero Zaccarelli era rassegnato, ma Luigi in quelle parole percepì semplicemente indifferenza. – Ma a me interessa. – Cercò di essere chiaro. – Non per te soltanto. Per mio nonno che mi ha chiesto di aiutarti e, soprattutto, perché se te esci di qui diamo un segnale. – Si era fatto un’idea di Olivero Zaccarelli tramite le carte che Luisa gli aveva lasciato e, se aveva capito qualcosa di lui, doveva fargli sentire che non si trattava di una questione personale ma di un caso politico. 


– Un segnale? 


– Lo hai visto anche tu che sta succedendo in Italia. – Tirò fuori dalla cartellina un pezzo di giornale. Un titolo cubitale diceva “Processo alla Resistenza”. – Gli ex fascisti sono al governo, finti storici usano strumentalmente singoli episodi di dubbia chiarezza per attaccare la lotta di liberazione, le istituzioni ormai mettono sullo stesso piano repubblichini e partigiani…


La faccia di Zaccarelli era lo specchio della rabbia che gli montava dentro. – Mi fanno tutti schifo. – Si morse ancora il labbro. – Se mi avessero ascoltato non sarebbe finita così. Ormai…


Luigi vide di nuovo l’indifferenza conquistare spazio nel suo interlocutore. Doveva intervenire. – Possiamo ancora fare qualcosa. 


– E cosa?


– Facciamo del tuo processo un caso nazionale. – Disegnò un cerchio con le mani. – Ora tutti parlano di omicidio immotivato, di vecchie ruggini personali tra te e Serpieri, ma io so che la storia è diversa. 


Zaccarelli si guardò intorno, come se percepisse altre presenze. 


– Raccontiamo questa storia dalle origini. Facciamo sentire ancora una volta, alta e pesante, la voce della Resistenza. 


– Sei sicuro, ragazzo? Non è che poi questa voce ti sembrerà diversa da quella che hai sentito nei racconti di tuo nonno e di Gavroche?


C’era un pizzico di sfida negli occhi di Zaccarelli, e Luigi ne era soddisfatto. – Penso di poterlo sopportare. 


Il Piccolo Lenin attese per parecchi secondi, poi spostò tutto il suo peso verso lo schienale della seggiola. – Allora, per capire la ragione per cui ho infilato Serpieri in quel lago dobbiamo tornare un pezzo indietro. – Si fermò e con la lingua spinse sulla parete della guancia. 


Luigi prese la penna e gliela mostrò. 


Zaccarelli annuì: – Quando io, Olao e Secondo siamo nati tutto il paese era di proprietà di una famiglia. 


– I Serpieri.


– E certo, chi altrimenti? – Bestemmiò. – Eravamo tutti figli di contadini. Tuo nonno e quello di Lucia erano nati in famiglie di terzadri, i miei invece erano poveri braccianti a giornata. – Si grattò la testa con le unghie lunghe e ingiallite. – Si faceva la fame, ragazzo, la fame vera. C’erano solo farina di granturco ed erba spontanea. Quando andava bene mangiavamo un piatto di fagioli e un paio d’uova. – Sospirò. – I miei lavoravano come bestie ma avevamo giusto di che sopravvivere. I Bulgarelli e i Borsari se la passavano leggermente meglio ma erano sempre sotto ricatto del padrone che minacciava di non rinnovargli il contratto da coloni. I Serpieri si prendevano tutto, non ci lasciavano nemmeno le briciole. Spadroneggiavano nei campi e alla filanda, appoggiati dai fascisti, che erano né più né meno che i loro servi. 


– Di questo non se ne parla mica. – Disse Luigi.


– Quello che il fascismo ha fatto agli operai e ai contadini su mandato dei padroni se lo son scordato tutti. – Deglutì, poi riprese. – Siamo cresciuti così, tra gli stenti. Io ho fatto due anni di scuola, dieci chilometri a piedi tutti i giorni, giusto per imparare a scrivere poche parole, poi sono dovuto andare a guadagnarmi il pane. E mentre noi vivevamo così, il figlio dei Serpieri, Alessandro, andava in giro coi pantaloni bianchi, nelle scuole del capoluogo, accompagnato dall’autista. – Chiuse il pugno. 


Luigi percepì che la rabbia di Zaccarelli non era la rabbia di una vita sola, non era solo sua. Era la rabbia di una generazione dietro l’altra, di un’umanità intera che marciava nella storia sotto il peso dello sfruttamento, dell’oppressione, della violenza.


– La guerra non fece altro che peggiorare la situazione. Per fortuna da noi le bombe degli Alleati non arrivarono, ma il razionamento e la leva obbligatoria le pagammo da subito. Dal ‘42 in paese iniziarono a scarseggiare molti beni e comparvero i primi avvoltoi. I Serpieri, d’accordo con il podestà, nascondevano parte dei raccolti e poi li smerciavano sul mercato nero del capoluogo a prezzi esorbitanti. – Deglutì ancora. 


Luigi prese qualche appunto con la penna, più per fargli capire che gli stava interessando la storia che per autentica utilità. 


– Intanto Secondo e Olao, con cui ero cresciuto, erano partiti per il fronte. Tuo nonno si fece qualche mese in Africa, poi una peritonite rischiò di ammazzarlo ma almeno gli permise di tornare a casa. Olao invece visse tutta la storia dell’Armir. L’inverno russo, le scarpe di cartone, la ritirata senza speranza.  


Questa parte della storia Luigi la conosceva. – E tu? 


– Mi riformarono perché avevo un problema alla schiena. Era vero, ma prima della visita feci di tutto per peggiorarlo. In guerra non ci volevo andare e, a differenza di tanti altri, l’avevo capito che i fascisti erano dei luridi bugiardi e non mi fidavo di quello che raccontavano. In più avevo conosciuto una ragazza, la Maria. – Abbassò lo sguardo, come se si vergognasse. 


Luigi sorrise. 


– Che ti pensi, non è come adesso! – Zaccarelli sobbalzò un po’. – Noi ci incontravamo in chiesa o al paese, distanti e con i parenti che ti guardavano storto. Mezza parola oggi e mezza tra una settimana se andava bene. 


– E la politica? – Luigi cercò di togliere il suo interlocutore dall’imbarazzo. 


– Non me ne fregava nulla. 


– E come ci sei finito coi comunisti, allora? 


– Dopo l’8 settembre si dovette scegliere. C’era il bando di quell’assassino di Graziani, che imponeva a tutti di presentarsi nelle caserme della Repubblica Sociale. 


– Anche ai riformati, immagino. – Disse Luigi con un pizzico d’ironia. 


– Avevo come il sospetto che stavolta il trucco non avrebbe funzionato e così decisi che, se dovevo morire in guerra, era meglio farlo mentre ammazzavo qualche fascista. E poi… E poi tuo nonno e Olao erano tornati in paese e avevano preso i contatti col partito, al capoluogo. 


– E così sei finito sui monti, nella brigata. 


Zaccarelli rise appena. – Ma che brigata! All’inizio eravamo quattro derelitti. Eravamo una banda. 


– Quelli della famosa foto.  


– Esatto. Chi era stato in guerra sapeva usare le armi. Chi non aveva pratica imparò presto. Io lo schioppo sapevo adoperarlo, ma la mitragliatrice Breda o le bombe sono un’altra cosa. – Chiosò. 


– Fu dura, vero? 


– Quello che vivemmo lo può capire soltanto chi c’è passato. – Intrecciò le mani. – Eravamo tutti dello stesso posto, avevamo su per giù la stessa età. E anche la stessa paura di morire. Ma non ci si poteva tirare indietro. – Fece cenno di no con la testa. – E non perché eravamo duri e puri, fedeli alla linea del partito o perché credevamo ciecamente alla Rivoluzione. 


– Ah no? – Luigi lo interruppe – E quella foto di Lenin che tenevi nel taschino?


– Beh… non ci credevo più a Dio, ma a qualcosa toccava credere. – Per carità, ce n’erano di comunisti veri, – si fermò un secondo a pensare – gente come Mingarelli, del capoluogo, che aveva fatto le galere, il confino, la Spagna. Per noi però era diverso. Si trattava di combattere per le nostre famiglie, soffocate da vent’anni di violenza e sfruttamento ancora più selvaggio di prima. Si trattava di combattere per noi stessi e per i nostri compagni, specie per quelli che morivano. 


– Quelli come Tin Tin.


– Eh già… Si doveva andare avanti con ogni mezzo e a ogni costo, pagandone il prezzo per intero. 


– Che intendi? – Luigi sperava che finalmente Zaccarelli gli desse qualche informazione utile.


– Abbiamo fatto cose brutte… – Abbassava di nuovo la testa. – Abbiamo versato tanto sangue. 


– Di chi? – Era arrivato il momento di capire. 


– Dei fascisti, ma non solo… – serrò la mascella.


– Avanti Oliviero, puoi dirmi tutto. 


– Azzurro lo abbiamo ammazzato noi…


– Azzurro? – Luigi rimase impietrito, suo nonno gli aveva detto che era morto combattendo. 


– Sì… Alla Cascina Fiorenza ci tesero una trappola… Quelli di noi che sfuggirono al rastrellamento e alle pallottole dei tedeschi si ritrovarono al punto prestabilito. Ma Azzurro non c’era. – Allargò le braccia. – Non era nemmeno tra i morti che i nazisti lasciarono appesi lungo la strada che porta al capoluogo. Pensavamo che lo avessero catturato, ma poi quando parlai con Maria, sua sorella, capii tutto. 


– Ah, Maria era la sorella di Azzurro? 


– Sì, – prese molta aria, come se gli mancasse il fiato – mi disse che l’aveva visto dopo il rastrellamento. Lei non immaginava cosa avrebbe comportato. 


Luigi prese un bicchiere, versò dell’acqua dalla bottiglia che era sul tavolo, e lo passò a Zaccarelli. 


– Aspettammo Azzurro per giorni, in attesa che ripassasse da casa.  E fece questo errore. Arrivò a notte fonda e ripartì prima dell’alba. Lo prendemmo lungo un sentiero di campagna. 


– Lo torturaste?


Non ci fu bisogno. Confessò subito in lacrime di averci tradito perché i fascisti avevano preso suo fratello maggiore da un campo di transito e minacciato di mandarlo in un lager se lui non avesse fatto una spiata. 


– E poi? 


– Gli sparammo. Alla testa per non farlo soffrire. Dopo lo riportammo a casa e raccontai a Maria che era morto combattendo i fascisti. Lo facemmo per la famiglia e anche per noi: era meglio celebrare un martire che ricordare una spia. Se la notizia si fosse diffusa ci avrebbe distrutto. 


– Faceste bene. – Luigi non mentiva, lo pensava davvero.


– Ma la storia ci perseguitò lo stesso. Diventammo tutti più cattivi e diffidenti. Passammo l’inverno del ‘44 a cacciare i fascisti e i loro infiltrati, come dei pazzi, fregandocene di quello che dicevano il Partito e gli Alleati. – Zaccarelli si avvicinò il bicchiere alla bocca. – Io smisi di vedere Maria, non riuscivo più a guardarla negli occhi. 


Luigi avrebbe voluto dire due parole di conforto e invece gli uscì soltanto una domanda. – E Serpieri in tutto questo che c’entra? 


– C’entra, c’entra. – Il Piccolo Lenin acquisì un po’ di tono nella voce. – Era il degno erede di quei bastardi della sua famiglia. Aveva evitato la leva e la guerra e, grazie agli accordi coi tedeschi, diventava ogni giorno più ricco. – Poggiò il bicchiere sul tavolo facendo sobbalzare la poca acqua che vi era rimasta dentro. – E poi accadde il fatto. – Chinò, forse inconsciamente, il capo.  


– Quale fatto? 


– I Serpieri nel corso del Ventennio si erano presi due stabilimenti tessili nel capoluogo, e perfino uno di metalmeccanica, dove si produceva direttamente per il Reich. Gli operai facevano la fame ed erano costretti a turni massacranti. Per questo all’inizio del ‘45 ci furono delle forti agitazioni, che sfociarono in una specie di sciopero.


– C’era dietro il Partito?


– Ma un po’ sì, un po’ no. I dirigenti un giorno parlavano di Rivoluzione e quello dopo invitavano i lavoratori a stare calmi. – Sbottò. – Ma come si poteva stare calmi con i figli che si prendevano la pellagra? 


Luigi annuì.


– I tedeschi arrivarono con camionette e due blindati. Lo sciopero finì sul nascere ma gli operai nei giorni seguenti vennero tutti deportati. Ne tornarono pochissimi. 


– E la fabbrica chiuse?


– No, andò avanti con la manodopera coatta fino al passaggio del fronte.


– E Serpieri?


– Era dietro le quinte di tutto. 


– Tutto cosa?


– Quando dico tutto, intendo tutto. – La mano destra di Zaccarelli iniziò a tremare leggermente. – Aveva allertato i tedeschi ai primi segnali di insubordinazione e poi scritto le liste dei deportati di suo pugno. Chiaramente agendo sottotraccia, come uno schifoso, lurido, sudicio verme. – Il volto di Zaccarelli si trasformò in una smorfia. – Ma non era solo quello. C’era di più. 


– Cioé? – Luigi doveva cercare informazioni per aiutare il Piccolo Lenin e invece accumulava prove schiaccianti contro di lui. 


– Appena finita la guerra un uomo venne da me. Non lo conoscevo, diceva di essere del capoluogo e lavorare per la magistratura, di chiamarsi Morosini o qualcosa di simile. Non ricordo, è passato molto tempo. – Posò una mano sulla testa. – Mi mostrò una serie di carteggi e di verbali dai quali emergeva il rapporto tra Serpieri e i tedeschi. E così scoprii che era stato lui a segnalare Azzurro come partigiano e a consigliare di usare i membri della sua famiglia per ricattarlo. – Prese una grossa boccata d’aria. – Ora mi capisci? 


– Posso provarci. – Luigi sapeva bene che non sarebbe mai riuscito a immedesimarsi in lui: le loro erano due vite molto più lontane dei cinquant'anni che le separavano. 


– Morosini, o come si chiamava, mi disse che il fascicolo su Serpieri sarebbe stato cestinato e che non c’era speranza di avere giustizia per via legale. Non mi lasciò nemmeno una copia degli atti poiché sostenne che altrimenti era lui a rischiare ritorsioni. Ma quei fogli li ho visti, Luigi, ed erano veri! – Zaccarelli si stava scaldando. 


Ti credo, Oliviero, quella era l’Italia dell’amnistia, dei fascisti che rientravano nelle questure, in magistratura, nella polizia. – Quella storia Luigi la conosceva bene, l’aveva approfondita molte volte sui saggi e sui documenti. 


– Se volevamo pareggiare i conti con Serpieri dovevamo pensarci noi. Noi della banda. – Si schiarì la gola. – Così presi da parte Olao e Secondo. Gli raccontai tutto e dissi che bisognava agire. 


Luigi annuì ancora. 


– Ma non mi seguirono. Gavroche ormai obbediva ciecamente alla linea del Partito che rimandava la rivoluzione a data da destinarsi e non ne voleva sapere di ritorsioni. Non penso che lo facesse per tornaconto personale, ma proprio perché ci credeva davvero. E poi insisteva che non avevamo prove, che erano tutte supposizioni senza una copia dei documenti. 


– Mio nonno invece?


– Se ne stava in mezzo tra i due fuochi. E, poveraccio, le prendeva un po’ da tutti, come in montagna. – Per una frazione di secondo, sul volto di Zaccarelli affiorò di nuovo un lieve sorriso che scomparve subito. – Ma almeno impedì a me e Olao di metterci le mani addosso. 


Luigi aveva studiato quelle lacerazioni in seno alla Resistenza nel dopoguerra, ma sentirle raccontare così era diverso. 


– Io decisi comunque di farla pagare a Serpieri. – Inserì il pugno sinistro nel palmo della mano destra. – Ma mi fermarono prima. 


– Chi?


– Non lo so. Qualcuno fece il mio nome alla polizia e mi invischiarono in una serie di arresti a danni di alcuni partigiani che, secondo un vecchio giudice fascista, praticavano vendette personali.


Ah, le famigerate vendette partigiane? – Luigi si chiedeva ancora per quanto avrebbe dovuto sentire quei politicanti usare singoli episodi o inventare storie di sana pianta per delegittimare l’intera Resistenza. 


– E io nemmeno mi ero vendicato ancora… – Bestemmiò e poi riprese a raccontare. – Il Partito mi consigliò di fingermi matto per evitare il carcere e io lo feci. – Scosse nuovamente la testa. – Così quando l’amnistia non coprì i malati di mente, rischiai di restarci a vita in manicomio. 


– E invece?


– E invece a un certo punto le accuse caddero e potei tornare libero. – Si fermò un attimo. – Giusto in tempo per partecipare allo sciopero delle filande. 


– E lì ti spararono. 


– Ma sparai anche io. 


Luigi ritrasse la testa in segno di sorpresa.


– Mi ero portato una beretta che non avevo mai restituito. L’idea era di usarla per ammazzare Serpieri se si fosse fatto vivo per parlamentare con gli scioperanti. Ormai non mi interessava di essere scoperto e preso, volevo solo fargli saltare la testa. 


– E lui invece non si presentò. 


– Mandò i carabinieri, che ci presero tutti a fucilate. – Si carezzò la spalla sinistra con la mano destra come a toccare vecchie cicatrici. – Quando vidi che i nostri cadevano a terra falciati dai proiettili, risposi al fuoco. Allora i militari cercarono di togliermi di mezzo. Venni colpito ma riuscii a fuggire fino a casa di Secondo.


Luigi pensava a tutta quella storia, a come suo nonno avesse mentito fino alla tomba. 


– Lui mi ha salvato la pelle e ha gettato i miei vestiti nel lago della filanda, che all’epoca era ben più profondo di oggi. – Questa volta Zuccarelli sorrise davvero. – Cercammo di mettere in giro la voce che fossi annegato, ma i carabinieri sapevano che non era così. Per questo Secondo, mentre me ne stavo nascosto in montagna come durante la guerra, ha pregato Olao di aiutarmi a espatriare. Ormai per me era l’unica possibilità. 


– E in Cecoslovacchia?


– Lì ho visto il bene e il male del – alzò il tono – “socialismo realizzato”. E ho fatto la mia vita, da lavoratore di campagna. Almeno non avevo nessuno da odiare. 


– Però niente moglie e niente figli?


– No, in vita mia ho amato solo la Maria. Ma lei, giustamente, andò per la sua strada. 


Luigi pensò che anche quella era una storia d’altri tempi. – Ma allora perché sei tornato in Italia nel ‘90? 


– Il Socialismo era finito e io volevo morire dov’ero nato. Volevo rivedere i vecchi posti e i vecchi amici.


– E invece hai ritrovato Serpieri. 


– Ci ho provato a passarci sopra, lo giuro. Eravamo diventati vecchi entrambi. Ma poi una sera l’ho incrociato per strada. Lui era un po’ su di giri a causa del bere e ha iniziato a urlarmi contro che aveva dovuto vendere tutto per causa mia e dei comunisti come me. Non aveva più i soldi di una volta ma conservava lo stesso atteggiamento di disprezzo per i poveracci e l’arroganza di un tempo. – La vena del collo di Zaccarelli iniziò a pulsare. – Ho pensato di ammazzarlo sul posto ma c’era troppa gente e così sul momento ho lasciato perdere. 


– Sul momento. – Disse Luigi senza amarezza.


– Il cuore mi batteva forte e la rabbia mi aveva ripreso tutto. Ma non era come vogliono farti credere oggi, ragazzo, non è tutto brutto e sbagliato quando accade. 


Luigi pensò a tutte le volte che lui quelle sensazioni e quei sentimenti li aveva repressi. 


– Andai ancora una volta lassù – col dito indicò in alto – e ritrovai il mio coltello dove l'avevo lasciato quarantacinque anni prima. Poi studiai Serpieri per qualche giorno. La mattina andava sempre a passeggiare sul sentiero lungo il lago. Aspettai all’ingresso del ponticello e alla prima occasione buona…


– Lo ammazzasti. 


Tre coltellate al fianco. Dopo l’ultima non riuscivo ad estrarre il pugnale tanto lo avevo mandato giù. Così, amaramente, dovetti lasciarlo sul corpo di quello stronzo mentre lo buttavo nel lago, dopo avergli legato addosso tre o quattro pietroni per farlo restare sul fondo. 


– E poi lo dicesti a qualcuno?


– Nessuno, ma tuo nonno e Olao appena seppero della scomparsa di Serpieri vennero da me. 


– Avevano capito. 


– Certo. Ma a differenza del ‘45 mi appoggiarono. Olao era già malato e volle scrivere quella lettera per te e Lucia. Disse che la nipote avrebbe saldato il suo debito con me se ce ne fosse stato bisogno. 


– E in effetti ci aveva visto lungo. 


– Tutta colpa del lago. 


– E secondo gli esperti verrà peggio. – Chiosò Luigi che ormai aveva ottenuto buona parte delle informazioni di cui aveva bisogno. 


Adesso doveva fare il suo lavoro. 


Luisa se ne stava sull’uscio del suo studio quando Luigi arrivò tutto trafelato con una grossa borsa marrone. Erano le undici di sera e in giro per il capoluogo c’era poca gente, nonostante fosse estate. L’indomani era un giorno lavorativo e, a parte qualche studente che aveva terminato la sessione estiva, la città doveva alzarsi presto. 


– Non capisco perché mi hai fatto venire qui di corsa e a quest’ora. – Luisa era scocciata e lo dava chiaramente a vedere. 


– Saliamo e te lo mostro. – Luigi era laconico. – Intanto dimmi: ci sono telecamere e microfoni in questo studio? 


Luisa strabuzzò gli occhi mentre disinseriva l’allarme e apriva il pesante portone: – Non che io sappia. 


– Va bene, allora andiamo nel tuo ufficio.


Presero insieme l’ascensore, entrambi avevano il respiro irregolare per la tensione: Luisa non sapeva cosa aspettarsi, Luigi invece aveva la testa piena di informazioni, di storie ingombranti, di omicidi, vendette e confessioni.


Lei entrò per prima nel suo studio, lui la seguì a ruota e iniziò subito a guardarsi intorno come fosse uno della STASI. Poi, dopo qualche secondo di attesa, prese la pesante borsa che aveva in mano e la poggiò sul tavolo. Frugò dentro e in un baleno ne estrasse un bel mazzo di fogli. 


– Dopo aver parlato con il Piccolo Lenin mi sono recato all’archivio catastale e, con la scusa di dover fare una ricerca storica sulla famiglia Serpieri, mi sono fatto portare tutti i documenti relativi alle loro vecchie proprietà. – Mentre parlava, Luigi disponeva mappe e fogli su tutto il tavolo. – Come puoi vedere, dal dopoguerra in poi Alessandro Serpieri ha venduto, anno dopo anno, pezzo dopo pezzo, ogni campo, ogni fabbrica, ogni immobile di sua proprietà. Compreso questo palazzo. – rivolse l’indice verso il pavimento. 


Luisa oltrepassò la scrivania mettendosi davanti a lui, ma non sembrava seguirlo con grossa attenzione. 


– Sono stati venduti tutti alle stesse quattro persone. – Indicò i nomi su alcuni atti che aveva tra le mani. – E tutti, secondo un raffronto dei prezzi che ho potuto fare, molto al di sotto del loro valore reale. 


– E mi hai portato qui per dirmi questo? – L’avvocata sbadigliò un po’ vistosamente. 


– Abbi pazienza Luisa, fammi spiegare. – Adesso toccava a lui fare un po’ il saccente.  


– Sì, scusami. – Il suo tono sembrava sincero. 


– Allora sono andato a controllare chi erano i quattro in questione e ho trovato i loro nomi nella lista degli aderenti alla Guardia Nazionale Repubblicana nella caserma di viale Donin. Tutti nel dopoguerra vennero processati per alcuni crimini ma furono poi regolarmente assolti in Cassazione o amnistiati. 


– Continuo a non capire. 


– Avevano tutti lo stesso avvocato. 


– E… Quindi?


– Il tuo capo Luisa, il vecchio Federico Ghezzi.


La donna si lasciò cadere sulla seggiola. Era vistosamente in ansia.


– Ghezzi nel corso della guerra aveva lavorato per le autorità occupanti. Conosceva il tedesco e li aiutava nel tradurre il materiale giudiziario. Non aveva alcuna responsabilità diretta sui crimini di guerra e la sua fu una collaborazione marginale. Ma in quella veste era venuto al corrente dei rapporti che Serpieri aveva con i tedeschi. Prima della Liberazione aveva sottratto ai nazisti dei documenti che provavano inesorabilmente il coinvolgimento di Serpieri nelle deportazioni e nella lotta antipartigiana. 


Luisa ascoltava ma sembrava avere la testa da un’altra parte. Luigi proseguì il racconto.


– Dopo il conflitto, Ghezzi iniziò a ricattare Serpieri – e forse altri – minacciando di rendere pubblici quei documenti. – Tornò a infilare la mano nella borsa fin quasi al gomito. – Magari all’inizio Serpieri fece resistenza e allora Ghezzi pensò bene di smuovere le acque. – Luigi tirò fuori una foto. – Guardala. 


Luisa si allungò dalla sedia e prese in mano l’immagine. – Non riesco a riconoscerlo. 


– Lo so, non si vede molto bene. Ho dovuto far ingrandire una vecchia immagine trovata su un articolo di giornale che parlava dell’ordine degli avvocati. La foto di Federico Ghezzi più vicina al dopoguerra che sono riuscito a trovare. – Luigi tese la mano. 


Luisa gli ripassò la fotografia.


– Ieri sono tornato da Zaccarelli e in questa immagine lui ha riconosciuto il famigerato Morosini. L’uomo che gli fece vedere i documenti sulle delazioni di Serpieri. 


Luisa cominciava a vedere l'intero quadro della vicenda: – Ghezzi usò il Piccolo Lenin per spaventare Serpieri!


– Esattamente… E poi fece la soffiata per farlo arrestare. Dopo probabilmente disse a Serpieri che avrebbe dato la notizia ad altri ex partigiani se non si decideva a cedere. 


– E lui preferì vendere. 


– Si tenne cara la pelle e comunque ne ricavò abbastanza per poter passare l’esistenza senza fare un cazzo. 


– Vendette ai prestanome, tutti clienti di Ghezzi.


– Vedo che ci sei arrivata. – Rise amaro Luigi. – Piano piano Ghezzi, tramite vari giri di soldi e immobili, riprese tutto, compreso il palazzo nel quale ci troviamo. – Luigi allargò le mani come a dire: quanto sono stato bravo. Forse voleva far di nuovo colpo su Luisa, come alle elementari.  


– E adesso… – Luisa parlava con voce flebile, e dallo sguardo sembrava rivolgersi a se stessa più che al suo interlocutore. 


– Posso immaginare che dati i tuoi rapporti con l’avvocato avrai accesso all’intero archivio di questo studio.


Lei annuì, sapeva già dove lui volesse andare a parare. 


– Bene, andremo a cercare i documenti dei passaggi di proprietà e, se Ghezzi non le ha distrutte, potremmo perfino trovare qualche carta del comando tedesco. Con questa roba qui dimostreremo cosa fece Serpieri durante la guerra e spiegheremo che il gesto di Zaccarelli non era campato per aria, ma spinto dalle informazioni che Ghezzi gli passò. – Luigi si voltò e andò verso la porta con passo veloce.


– Dove vai? – La voce di Luisa era tornata squillante. – Se lo facciamo qui succede un casino. 


– Dici per la sottrazione dei documenti? Io legalmente non so come potremmo fare…


– Ma no! Non capisci Luigi, se denuncio Ghezzi la mia carriera è finita! Lo studio collasserà sotto le accuse che gli muoviamo. – Luisa infilò la testa tra le mani. 


– E allora? Ti troverai un altro posto, Cristo! 


– E chi pensi vorrà assumere l’associato che ha distrutto il titolare dello studio in cui lavorava! – L’avvocata scattò in piedi. 


– Ma che cazzo stai dicendo? Zaccarelli marcirà in galera se non lo farai! – Luigi era esterrefatto, non avrebbe mai immaginato di dover sostenere quel tipo di conversazione. 


– Ci finirà lo stesso! E mi trascinerà con lui! – Luisa era rabbiosa. 


– Per Dio Luisa! Ghezzi ha fatto questa roba qui! – Con le mani Luigi mosse le carte che erano sulla scrivania. – Ha fatto i soldi sui nostri morti! Sul sangue dei compagni di mio nonno e di tuo nonno! – Mentre diceva le ultime parole puntò il dito verso di lei.


Lo so benissimo che Federico Ghezzi è un pezzo di merda! Lo sapevo fin da quando ho messo piede qui dentro la prima volta e ha cercato di portarmi a letto, nonostante fossi la ragazza di suo nipote! 


Luigi la guardò smarrito.


– Sono stata zitta e ho incassato, e adesso sono qui, Luigi, e questa baracca un giorno me la prendo e la targhetta con scritto Ghezzi la faccio a pezzettini e la butto nel cesso. – Batté entrambi i pugni sul tavolo. – Ma se ora rendiamo pubblica questa storia, vanifico dieci anni di merda mangiata e schiaffi incassati, di morsi sulla lingua e pianti notturni. – Cercò di ridarsi un tono. – Ormai Federico Ghezzi è vecchio e pure malaticcio. Suo figlio e suo nipote sono degli inetti e io possiedo già una quota importante dello studio. – Prese a camminare lentamente verso Luigi fino ad arrivare a pochi centimetri da lui. – Ti prometto che quando sull’ultimo ufficio ci sarà il mio nome, darò a tutti il ben servito e renderemo pubblica la storia. – Così dicendo gli avvolse le dita intorno ai polsi e lo fissò negli occhi. 


Quello sguardo ammaliatore, e il modo con cui Luisa continuava ad avvicinarsi a lui, lo fecero sobbalzare. Lei lo stava implorando e al tempo stesso alimentava fantasie che, nei lunghi anni in cui erano stati lontani, Luigi aveva coltivato fin troppo stupidamente. 


Per un momento le sicurezze del giovane storico vennero meno, ebbe qualche attimo di indecisione, gli passarono per la mente idee confuse e strani pensieri. 


Ma poi distolse lo sguardo e scrollò le braccia per staccarsi dalla morsa. – Ma vaffanculo, Luisa. – Si avvicinò alla borsa e vi ripose tutto il materiale, mentre lei sembrava immobilizzata dalle sue parole. – Mi fai schifo tu, e mi faccio pure schifo da solo. – Si avvicinò alla porta e si girò di spalle. – Se penso a Zaccarelli in carcere, a Tin Tin e agli altri che sono morti mi viene da vomitare per quanto mi sento inadeguato e stronzo. Per tutte le volte che ho fatto degli squallidi compromessi, per tutte le volte che ho ingoiato bile, per tutte le volte che mi sono lasciato prendere per il culo. – Mise la destra sulla maniglia. – Domani vado da quel giornale di merda che, da quando è nato, lecca il culo dei padroni di questa città. E poi da tutti gli altri. E uno dietro l’altro gli racconto tutta la storia. – Aprì la porta.


Luisa strinse forte i pugni. 


– Tu puoi fare due cose. Cercare i documenti dei passaggi di proprietà e venire con me, oppure puoi dire che sono tutte stronzate e dimetterti da difensore di Oliviero. – La fissò con grande intensità. – La nostra Rivoluzione o la facciamo domani… o non la facciamo più. – Oltrepassò la porta e se la chiuse alle spalle. 


Superò a passo svelto il lungo corridoio, scese tre piani di scale, uscì dal portone e attraversò la zona universitaria, passaggio obbligato verso il suo bilocale. Sui muri e sui cassonetti, sulle saracinesche chiuse e sugli spazi per le affissioni, ovunque, c’era un manifesto incollato alla vecchia maniera. Invitava a partecipare a un corteo antifascista e riportava lo slogan: “La Resistenza non si processa”. 


“Stavolta ci vado”. Pensò Luigi mentre guardava la luna piena che illuminava il vicolo buio dove aveva trascorso tutta la sua vita.