sabato 31 ottobre 2020

Il segreto dell’asinello di Irene Johanson traduzione di Agata Caci



Giuseppe era un falegname. La sua casa e la sua falegnameria erano aNazareth, ma là non c’era abbastanza lavoro per lui e così molto spesso doveva recarsi altrove, dove la gente aveva bisogno di lui. 

Se qualcuno voleva  costruirsi una casa, chiamava Giuseppe il falegname per costruire le travi del tetto, installare le cornici delle porte e delle finestre, o aiutarlo a fare armadi,sedie, tavoli e letti. 

Giuseppe era spesso lontano da casa. Maria, che teneva in ordine la sua casa, doveva sempre aspettare il suo ritorno.

Una sera, Maria era inginocchiata a pregare tutta sola nella sua stanza

All’improvviso ella vide di fronte a sé un angelo che le disse: “Salute a te, o piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta da Lui, da te nascerà un figlio e tu lo chiamerai Gesù.”

Maria si turbò e disse: “Come può essere ciò? Io sono soltanto fidanzata a Giuseppe.”“Non temere, Maria – le disse l’angelo – Dio stesso è il padre del tuo bambino perciò egli sarà chiamato Figlio di Dio. Vedi, anche tua cugina Elisabetta aspetta un bambino sebbene sia molto vecchia e il popolo dica che non potrà più avere figli. Ma con Dio tutto è possibile.”

Maria si sentì ricolma di gioia e disse: “Io sono l’ancella del Signore, che mi avvenga quello che tu mi hai detto”. E l’angelo si allontanò da lei.

Poco dopo Giuseppe rientrò a casa e Maria gli raccontò ogni cosa che l’angelo le aveva detto. Giuseppe era sconcertato. Egli pensava: “La gente non crederà che Dio è il padre di questo bambino. Tutti rideranno di noi e metteranno Maria in ridicolo”. Egli si sentiva turbato e quando venne la notte non poté né dormire né restare più a lungo nella casa. Si alzò, andò nella stalla, prese l’asino e uscì segretamente.

Cavalcò lungo uno stretto sentiero ai margini di un campo. Tutto a un tratto l’asino si bloccò e non volle più proseguire. Giuseppe gli parlò gentilmente, ma esso rimase immobile. Giuseppe lo spronò e gli parlò ancora una volta.

Allora l’asino abbandonò il sentiero e, muovendosi in un semicerchio sul campo, raggiunse di nuovo il sentiero un po’ più oltre. Giuseppe si chiedeva:

“Che cosa mai sta succedendo a quest’asino? Non è normalmente così ostinato!”

Dopo breve tempo l’asino rifiutò di nuovo di proseguire. Questo accadde di nuovo per la terza volta. “Che faccenda è mai questa?” si chiedeva

Giuseppe. “Perché non mi obbedisce e continua a fare queste inutili deviazioni? Forse io ho fatto male a lasciare Maria da sola di notte. Ora ritornerò e pregherò Dio e gli chiederò che cosa devo fare”.

Ora sul sentiero, l’asino si era trovato di fronte un angelo che non voleva lasciarlo passare. Questa era la ragione per cui esso aveva rifiutato di muoversi. Ma siccome Giuseppe aveva insistito così tanto perché proseguisse, egli  aveva dovuto eseguire una giro attorno all’angelo. L’angelo si era posto tre volte di fronte a Giuseppe ma Giuseppe non lo aveva notato.

Dopo aver riportato l’asino nella stalla, Giuseppe ritornò nel suo letto e poté finalmente dormire in pace.

L’angelo tornò ancora una volta. Egli andò prima di tutto nella stalla e parlò all’asino: “Poiché tu sei stato capace di vedermi e poiché tu sei stato battuto e rimproverato a causa mia, tu sperimenterai una grande gioia. Durante l’inverno che sta per arrivare, tu sarai presente quando il figlio di Dio verrà sulla terra. Ci sarà un freddo gelido per gli esseri umani, ma tu potrai dare al bambino il tuo calore”. Ora l’asino possedeva un segreto!

L’angelo apparve poi in sogno a Giuseppe e gli disse: “Giuseppe, accetta Maria come moglie e come madre del tuo bambino. Lo spirito di Dio gli ha dato vita nel suo grembo e quando sarà nato tu lo chiamerai Gesù. Egli sarà il salvatore di tutti gli uomini”. Quando Giuseppe si svegliò dal sonno, fece tutto ciò che l’angelo aveva detto e pensò fra sé: “Che buona cosa che l’asino sia stato così ostinato! Altrimenti io non sarei tornato e avrei mancato contro Dio”.

Egli andò nella stalla, diede all’asino una bella quantità di fieno, più del  solito, e lo ringraziò. L’asino se lo gustò davvero e pensò fra sé: “Se solo tu sapessi che segreto nascondo!”


http://lacomunitadeicristiani.it/allegati/testirivista/avvento%202015Il%20segreto%20dell’asinello.pdf

venerdì 30 ottobre 2020

RACCONTI "LARVATUS PRODEO" ALESSANDRO PARIS- "Da Leopardi sarebbe magnifico"



https://www.glistatigenerali.com/costumi-sociali/larvatus-prodeo/


14 Ottobre 2020

Per ragioni lavorative (sono un pendolare) prendo un trenino alle 6 di mattina. È quasi vuoto. Poi torno verso la una. Questo è pieno.

Tutti indossano la mascherina, magari qualcuno con il naso di fuori. Alcuni la ffp2. Quando qualcuno si soffia il naso il mio istinto mi porterebbe ad allontanarmi, ma sembrerebbe scortese. Quando vedo qualcuno senza mascherina, so che dovrei chiedergli gentilmente di tenerla, ma temendo una reazione scortese non lo faccio, se riesco lo segnalo discretamente al capotreno. Ma dentro di me covo sentimenti di odio e pulsioni aggressive.

In ogni caso quello che mi dà davvero fastidio è che la gente parli, parli, parli, con o senza mascherina, e non solo per ragioni igienico sanitarie, ma proprio per ragioni psicologiche: mi dà fastidio essere interrotto nei miei pensieri. I ragazzi in genere parlano di scuola e questo me li rende più amabili. In genere hanno tutti la mascherina, e correttamente portata. Alcuni, a gruppi (è tipico dell’età evolutiva muoversi a gruppi – e questo lo so perché, caro Professor Galimberti non tutti siamo ignoranti come lei pensa di psicologia), si siedono nei mini scompartimenti e giocano ad un gioco che implica l’interazione dei cellulari – in cui c’è una figura chiamata “l’impostore”. Non so di che gioco si tratti, ma è davvero molto comune.

Tornando agli utenti generici, voglio dire non scolari: rari ormai sono quelli che si limitano a scrollare le loro pagine social in silenzio. Ancor più rari coloro che ascoltano la musica. Quasi nessuno legge un libro (non dico I salmi di Davide o Kant, basterebbe anche un manuale scolastico, un giallo svedese o un libro di Recalcati). Nessuno legge un quotidiano. Nemmeno la Gazzetta dello sport. Niente. Penso a quelli che si preoccupano per la questione degli invitati in casa. Non invito più nessuno dal ’17. Ogni tanto viene un omino a ripararmi la caldaia. Ho amici immaginari. Oppure, come Machiavelli al Vettori , etc etc…

A scuola faccio lezione con la mascherina.  Vado alla macchinetta del caffè con la mascherina. Bevo il caffè con la mascherina. Per strada cammino con la mascherina (anche perché è una valida protezione dalla tramontana di metà ottobre in trentino) In palestra mi alleno con la mascherina. A letto dormo con la mascherina. A letto non dormo con la mascherina, ma se il governo lo raccomandasse lo farei. Non ce la farei se ci fosse un look down, non ce la farei a fare più lezione on line

Fossi un governante proporrei un regolamento: quando siete in un mezzo pubblico state in silenzio, non parlare con il vicino, specie di temi quali “la dittatura sanitaria”, “l’inutilità della mascherina”, “il governo-che-non-fa-le-cose che-deve”, “il-virus-che-non-esiste”, “a-casa-mia-faccio-quello-che-mi-pare” (falso, se compi un reato la cosa non si può fare) “la polizia a casa mia non entra (falso: sempre nel caso precedente, entra eccome). Non avviare telefonate prendendo o procrastinando appuntamenti, organizzando cene, litigando con il partner, dicendo di preparare cena pranzo colazione, etc. Stare in silenzio, parlare poco, anzi nulla, mascherina tirata sul naso, leggere, ascoltare musica, aggiornarsi, informarsi, meditare sulla fine del mondo o sull’avvento del Messia.

Nei treni, nei pulmann, per strada, ovunque.

Ma per fortuna non sono un governante.


Ma sono un cittadino e posso fare una raccomandazione. Vi prego, mascheratevi. Da Batman, da Uomo ragno, da La casa de papel, da Cartesio (cit Larvatus prodeo = incedo mascherato). Da quello che volete. 


Da Leopardi sarebbe magnifico.


Una società di filosofi mascherati.


Su facebook ieri ho messo la seguente frase:

I am in the process of eliminating or banning people who to my knowledge are, even slightly, downplayers or deniers of Covid. Or even those who are distorting it. Before, I only pity them, now they cause me anger and physical revulsion. So, if you are among them, unsubscribe from my contacts. You will avoid wasting my time, and yours too, which I am already wasting a lot here and elsewhere.

sabato 24 ottobre 2020

L’analfabeta politico, di Bertold Brecht







Il peggior analfabeta

è l’analfabeta politico.

Egli non sente, non parla,

né s’interessa degli avvenimenti politici.


Egli non sa che il costo della vita,

il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina,

dell’affitto, delle scarpe e delle medicine

dipendono dalle decisioni politiche.


L’analfabeta politico è così somaro

che si vanta e si gonfia il petto

dicendo che odia la politica.


Non sa l’imbecille che dalla sua

ignoranza politica nasce la prostituta,

il bambino abbandonato,

l’assaltante e il peggiore di tutti i banditi,

che è il politico imbroglione,

il mafioso, il corrotto,

il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.


Bertolt Brecht

venerdì 23 ottobre 2020

I tiranni sono grandi solo perché noi siamo in ginocchio»-



Si cita spesso La Boétie, grandissimo amico di La Montaigne morto cosí giovane, perché seppe, prima di morire, tanto tempo fa, parlarci in termini superbi e cristallini de La servitú volontaria, usando una frase essenziale e luminosa — che sembra non sia assolutamente sua, lo preciso con il mio Wiki alla mano — e questo spiega quello — e si dice dunque che è del rivoluzionario tuttavia ghigliottinato Pierre Victurnien Vergneaud—, ma insomma frase che ci servirà altrettanto bene, ne converrete: «I tiranni sono grandi solo perché noi siamo in ginocchio»  Anche se non fosse sua, facciamone un’analisi con gli strumenti che lui ci dà, e che utilizziamo a modo nostro […], Significa che i tiranni non sono «grandi» per natura, e dunque sono «piccoli» e «deboli» per natura, ed è dunque questione di natura, voglio dire d’ontologia; vuol dire che che siamo asserviti solo a causa di una «postura» (in ginocchio) e affatto per una natura, un’ontologia che sarebbe quella dell’asservimento. Di conseguenza, lo sconcerto di La Boétie di fronte alla «servitú volontaria» è facilmente comprensibile, e lo condividiamo, in particolare al riguardo delle descrizioni che le penne autodefinentesi rivoluzionarie ci presentano, di masse innumerevoli che stanno, dicono queste penne, innumerevoli in ginocchio e senza muoversi


Cosa veramente sorprendente [è] vedere milioni di milioni di uomini, miseramente  asserviti, e sottomessi a testa bassa, ad un deplorevole giogo, non che siano costretti da una forza superiore, ma perché sono affascinati, e per cosí dire, stregati dal solo nome di uno, che essi non dovrebbero temere, dato che è solo, né amare, dato che è, verso tutti loro, disumano e crudele. 


Ma non è meglio, prima di tutto, sapere precisamente di chi parla l’autore e moralista La Boétie? Perché a leggere questo brano successivo (vedi piú avanti) della sua opera, si scopre che i veri oppressi non sono affatto quelli che si ritiene il tiranno opprima, quel popolo che i critici fustigano come «pecore» incapaci della minima ribellione; ma ben diversamente, quelli che, nei salotti e nelle redazioni, servono al tiranno da complici zelanti e da premurosi servitori. (Tradotto in linguaggio , diremmo che quelli che praticano la servitú volontaria — e si capisce perché — sono prima di tutto le élitesSistema gli intellettuali-zombie che servono il tiranno, vale a dire il Sistema). 



[Ed è] cosí che il tiranno asservisce i soggetti gli uni mediante gli altri… ¶ Perché a dire il vero, avvicinarsi al tiranno, è forse cosa diversa dall’allontanarsi dalla propria libertà e, per cosí dire, abbracciare e stringere tra le mani la propria servitú? Che essi mettano un momento da parte la loro ambizione, che si svincolino un po’ dalla loro avidità, e poi si guardino; prendano in considerazione se stessi: vedranno chiaramente che quei paesani, quei contadini che essi calpestano e trattano da forzati e schiavi, vedranno, dico, che quelli, cosí malmenati, sono piú felici di loro e in qualche modo piú liberi. Il lavoratore e l’artigiano, per asserviti che siano, se la sbrigano obbedendo; ma il tiranno vuole, da quelli che lo circondano, che civettino e mendichino il suo favore. Occorre non solo che facciano ciò che ordina, ma che pensino quello che lui vuole… 


Cosí sembra che, secondo La Boétie, non si tratti tanto di battersi, di «darsi alla macchia», di uscire contro i carri armati e opporre loro splendidi petti nudi, bensí di agire d’astuzia, prendere di contropiede il bestione, organizzare una resistenza passiva, che dovrebbe essere, per la nostra epoca, la chiave stessa della resistenza; e che migliore resistenza passiva oggi di quella della comunicazione, dal momento che il Sistema ce ne dà i mezzi dato che lui, il Sistema, ha bisogno della comunicazione come di ossigeno per sopravvivere? Dice esplicitamente, La Boétie, a noi che disponiamo degli strumenti della comunicazione, non per tenere la testa del popolo sott’acqua ma per tirargliela fuori […]: 


Nello stesso modo i tiranni, piú saccheggiano, piú esigono, piú rovinano e distruggono, piú gli si concede, piú li si serve, e tanto piú si fortificano e diventano sempre piú forti e piú freschi per annientare e distruggere tutto; e se non gli si concede nulla, se non gli si obbedisce affatto, senza combattere, senza colpire, essi restano nudi e disfatti e non sono piú nulla, come il ramo diventa secco e morto non avendo piú radice, umori o alimenti. 


Tante penne, che si dicono ribelli ovvero indomabili, che si vantano di essere una sorta, diciamo, di «veri antisistema» [...],tali penne ribelli sulla carta fanno di questa forma di «servitú volontaria» un carattere centrale del popolo della nostra civiltà. Essi dimenticano di citare questo, che pure La Boétie scrive, [...] che vale per quelli che preferiscono udire piuttosto che ascoltare se stessi per udire solo quello che essi vogliono dire: «Perché il fuoco che mi brucia è quello che mi illumina.» 


Trasposta la frase nella situazione attuale, La Boétie ci dice che l’oppressione che ci costringe oggi «ci illumina» sull’esistenza di questa oppressione. È una delle contraddizioni piú evidenti, e piú significative, dell’attuale situazione, e anche la piú inquietante, la piú pressante, quella davanti la quale gl’imbecilli vanesi e acidi, che fanno professione di rivolta coltivando con cura l’assenza completa di speranza a questo riguardo, fanno la piú completa oblazione di «servitú volontaria». Questi imbecilli acidi e vanesi non vedono che l’esistenza palese e feroce dell’oppressione è proprio questo «fuoco che mi brucia e che m’illumina»; che senza l’oppressione non saprei conquistare la mia libertà, e poiché l’oppressione c’è, so bene come conquistare la mia libertà? [...] 


Philippe Grasset

SERVO E PIÚ S E RVO

Il Covile N°570. Gazzetta. Servo e piú servo.


https://www.ilcovile.it/



sabato 26 settembre 2020

Il monologo “No, Grazie!” – CYRANO DE BERGERAC.



Il monologo “No, Grazie!”


CYRANO DE BERGERAC

di Edmond Rostand

Atto II, Scena 8


******


“Orsù che dovrei fare?….

Cercarmi un protettore, eleggermi un signore,

e come l’edera, che dell’olmo tutore

accarezza il gran tronco e ne lecca la scorza,

arrampicarmi, invece di salire per forza?

No, Grazie!


Dedicare, com’usa ogni ghiottone,

dei versi ai finanzieri? Far l’arte del buffone

pur di vedere alfine le labbra di un potente,

schiudersi ad un sorriso benigno e promettente?

No, Grazie!


Saziarsi di rospi? Digerire

lo stomaco per forza dell’andare e venire?

Consumar le ginocchia? Misurar le altrui scale?

Far continui prodigi di agilità dorsale?

No, grazie!


Accarezzare con mano abile e scaltra la capra,

e intanto il cavolo innaffiare con l’altra?

E aver sempre il turibolo sotto dell’altrui mento,

per la divina gioia del mutuo incensamento?

No, grazie!


Progredire di girone in girone,

diventare un grand’uomo tra cinquanta persone,

e navigar con remi di madrigali, e avere

per buon vento i sospiri di vecchie fattucchiere?

No, grazie!


Pubblicare presso un buon editore,

pagando, i propri versi! No, grazie dell’onore!

Brigar per farsi eleggere papa nei concistori

che per entro le bettole tengono i ciurmatori?

No, grazie!


Sudar per farsi un nome su di un picciol sonetto

anziché scriverne altri? Scoprire ingegno eletto

agl’incapaci, ai grulli; alle talpe dare ali,

lasciarsi sbigottire dal rumor dei giornali?

E sempre sospirare, pregare a mani tese:

Pur che il mio nome appaia nel Mercurio francese?

No, grazie!


Calcolare, tremar tutta la vita,

far più tosto una visita che una strofa tornita,

scriver suppliche, farsi qua e là presentare?…

Grazie, No! Grazie…No!

…Grazie… No!


Ma,

Cantare, Sognar sereno e gaio, libero indipendente,

aver l’occhio sicuro e la voce possente,

mettersi quando piaccia il feltro di traverso,

per un sì, per un no, battersi o fare un verso!


Lavorar, senza cura di gloria o di fortuna,

a qual sia più gradito viaggio, sulla luna!

Nulla che sia farina d’altri scrivere, e poi

modestamente dirsi: ragazzo mio, tu puoi


Tenerti pago al frutto, pago al fiore, alla foglia

pur che nel tuo giardino, nel tuo, tu li raccolga!

Poi, se venga il trionfo, per fortuna o per arte,

non dover darne a Cesare la più piccola parte,


Aver tutta la palma della meta compita,

e, disdegnando d’essere l’edera parassita,

pur non la quercia essendo, o il gran tiglio fronzuto

salir, anche non alto, ma salir……..senza aiuto!”


https://francescodipalo.wordpress.com/2015/05/08/il-monologo-no-grazie-cyrano-de-bergerac/


venerdì 18 settembre 2020

I "Grandi Vecchi" della Repubblica Francesco De Bartolomeis 102 anni è tra i padri della pedagogia in Italia.




La capoccia e la creatività

18 settembre 2020 | diMario Calabresi

https://www.mariocalabresi.com/stories/la-capoccia-e-la-creativita/



«Per avere futuro bisogna guardare avanti, non perdersi nelle nostalgie del passato e nel ricordo dei tempi andati». Se la raccomandazione viene da un uomo di 102 anni e mezzo che ogni mattina nuota per almeno mezz’ora, legge, scrive, vive da solo, va al ristorante, naviga su Internet e manda mail con allegati, allora siamo obbligati a prenderla alla lettera. Un uomo che è nato durante la Prima guerra mondiale, nell’anno esatto – il 1918 – in cui il virus della Spagnola fece strage nel mondo: «Ero il quarto figlio, davanti a me c’erano tre femmine, ma alla fine di quell’anno sarei stato il primogenito, la pandemia prima e la difterite poi si portarono via le mie sorelle».


Francesco De Bartolomeis, pedagogista, inventore del tempo pieno, si è sempre preoccupato dell’educazione delle persone, non tanto dei programmi della scuola ma piuttosto del sistema formativo, di quel percorso che prepara un bambino a essere un cittadino creativo. Per questo sono venuto a trovarlo nella sua casa torinese, in mezzo ai libri e ai suoi quadri, per parlare della scuola che ricomincia, della didattica a distanza e di come si può diventare grandi conservando viva la curiosità dei bambini. Mi fa sedere su una sedia di design e mette la mani avanti: «L’ha progettata l’architetto Caccia Dominioni, significa che è bella ma anche molto scomoda e tu sei così alto». Sorride da solo, confrontando la mia altezza con la sua e aggiunge: «Se oggi noi siamo qui a parlare è perché io sono piccolo: ero a Pola, allievo ufficiale di fanteria, quando arrivò un’ordinanza di Mussolini, diceva che chi era più basso di un metro e 65 non poteva fare l’ufficiale di fanteria ma doveva passare in artiglieria. Io ero alto 164 centimetri e mezzo e devo a quel mezzo centimetro la vita: i miei compagni andarono tutti a fare la campagna di Russia e non tornarono».


Gli chiedo subito, al di là dell’altezza, se esiste una formula per arrivare a superare il secolo di vita con la sua energia: «La smoderatezza, non nel senso dell’eccesso, ma nel senso che bisogna buttarsi nelle cose, essere creativi, vivere con passione. Io non ho nostalgie del tempo passato: a settant’anni ho dato le dimissioni da professore universitario anziché chiedere di restare fuori ruolo, perché non volevo un ripiego, sarei stato come un chirurgo che lasciano stare in ospedale ma non può operare. Invece bisogna essere sempre protagonisti della propria esistenza, coltivare interessi e progetti».


Ma davvero si può riuscire a non guardare indietro, a non avere nostalgia?


«Naturalmente la nostalgia non chiede il permesso, ti arriva addosso all’improvviso, ma se tieni un piede nel futuro può anche essere una cosa dolce». Si infastidisce perché ho dovuto ripetere la domanda: «Sono diventato un po’ sordo, porca miseria». Gli chiedo se abbia altri problemi e capisco che la provocazione e l’allegria sono la sua cifra: «Sì, ho il problema che sono disordinato. Si vede che vivo da solo perché è un casino e ogni pomeriggio vengo sgridato dalla mia compagna quando viene a trovarmi».


Lei è il padre del tempo pieno e l’ispiratore di molte riforme della scuola.


«Dicono così…scrivono così. Non voglio darti una risposta spiritosa, ma a me il tempo pieno non interessa, mi interessa invece l’apprendimento. Dimostratemi che si può imparare senza avere un tempo lungo e mi ricrederò. Il tempo pieno è necessario per apprendere, ma niente compiti a casa: quando gli scolari e gli studenti escono da scuola devono essere liberi. La scuola non è un lavoro, non è una professione, fuori ci sono altre cose da fare per crescere. Il tempo pieno è l’ampliamento temporale a cui va aggiunto l’ampliamento spaziale: andare a vedere come stanno le cose nei luoghi dove accadono».


Per questo lei è favorevole all’alternanza scuola-lavoro?


«Sì, ma va fatta in modo costruttivo, dovrebbe essere l’occasione per dare ai ragazzi la capacità di affrontare problemi e di risolverli. Certo, se tu vai a formarti in un lavoro statico e ripetitivo, vai a fare le fotocopie in banca, allora non cresci e ti prepari a fare un lavoro così, in modo conformista. Il mondo invece è trasformazione e il lavoro è il motore di tutto».


Lei insiste sempre sul valore del lavoro, perché? Non le piace l’idea di una formazione pura?


«È più importante il lavoro dello studio, dirò di più: se allo studio togli il lavoro non capisci niente. È importante preoccuparsi dello sbocco di tutto il percorso scolastico. A scuola la storia andrebbe fatta come si fa la preistoria, studiare come vivevano, cacciavano, si organizzavano e abitavano gli uomini primitivi; poi, invece, diventa un racconto di guerre e alleanze politiche. Ma non puoi capire la società se non conosci cosa si produceva e cosa si inventava e non capisci il mondo in cui ti troverai. Il lavoro è progresso, per questo sono stato consulente per vent’anni dell’Olivetti».


Lei mette al centro la contaminazione, la necessità di confrontarsi con il mondo, oggi viviamo un tempo di distanziamento fisico e abbiamo avuto mesi di didattica a distanza.


«Io sono favorevolissimo agli strumenti informatici e, se non si può fare diversamente, ben venga la didattica a distanza. Ma non può essere la regola, lo studente deve avere la possibilità di sentire non solo il suo insegnante ma avere un’interazione con l’esterno, incontrare persone, raccogliere stimoli. E poi, mi perdoni la parolaccia, devi togliere il culo dalla sedia. Un conto sono i documentari, ma devi vedere i luoghi, toccare la terra e l’acqua».


Vedo che usa regolarmente il computer, non sento in lei una diffidenza verso la tecnologia.


«È fondamentale usare le tecnologie nuove ma ogni invenzione, ogni nostro passo, ha sempre un padre e una madre: la capoccia e la creatività».


Che studente era lei?


«Ho fatto le Magistrali a Salerno e non si studiava molto, si faceva vita di strada. La professoressa di latino era cieca, noi a turno uscivamo e andavamo a fare il bagno. Poi mettevamo il costume ad asciugare sulla finestra. Ma all’ultimo anno il professore di filosofia, mi ricordo ancora il suo cognome, Corigliano, mi spinse ad andare a studiare per conto mio alla Biblioteca civica, a prendere libri di filosofia. Mi disse: “Non sprecare il tuo tempo, puoi diventare una persona importante”. Mi ha smosso qualcosa dentro e mi sono detto: qui bisogna cominciare a fare sul serio e sono andato a studiare all’Università a Firenze. Mi sono laureato poi con una tesi su Vico che è piaciuta a Benedetto Croce, che nel 1944 pubblicherà il mio primo libro: “Idealismo ed esistenzialismo”».


Guarda continuamente avanti e mi parla di presente e di futuro, ma quali sono i suoi ricordi più belli?


«Ho avuto una vita felice fino al 2016, quando è morto mio figlio Paolo, un bravissimo matematico. Da quel momento ho smesso di dipingere e i ricordi belli si sono oscurati. Di lui mi porto dentro la semplicità, era una persona piacevole, lineare, stava bene con tutti ed era in sintonia con gli altri».


Lei ha un dolore così grande eppure ha così tanta vita.


«Sono attivissimo, scrivo libri, faccio interviste, ma questo non compensa la sofferenza per la morte di mio figlio, anzi, la rafforza. Più sei vitale e più hai forze per soffrire».


Le morti innaturali, quelle dei figli e dei bambini, la accompagnano fin dalla nascita.


«Io ero appena nato quando la sorellina poco più grande di me è morta di Spagnola. Per il dolore mia madre perse il latte, così venni cresciuto con il latte d’asina. Poi sono morte le altre due sorelle, una dietro l’altra in quel 1918, una dietro l’altra. Mia madre restò traumatizzata tutta la vita, non siamo mai andati al cimitero e non se ne è mai parlato. Ho avuto altri tre fratelli ma adesso non c’è più nessuno, sono rimasto solo».


Chi sono i suoi amici oggi?


«Sono un gruppo di settantenni con cui vado al ristorante e con cui faccio le mie discussioni».


Che vita fa ogni giorno a 102 anni?


«Ogni mattina mi alzo alle sei, faccio colazione con yogurt, cereali e frutta, e alle 8:30 vado in piscina. Nuoto con calma per una quarantina di minuti, lo faccio tutti i giorni da quarant’anni. Prima facevo 50 vasche a stile libero, adesso sono sceso a 40 e certi giorni ne faccio solo 20 e poi aggiungo un po’ di esercizi in acqua. Quando ho compiuto i cento anni non mi volevano più far pagare l’abbonamento. Se avessi accettato sarei stato un miserabile. Ma loro insistevano, allora ho preso i soldi della tessera e ho fatto una donazione per la promozione sportiva».


Accanto al computer c’è un libro di poesia di Andrea Zanzotto, lo sta rileggendo, ma predilige i romanzi e il suo autore preferito è Maurizio Maggiani, anche se la libreria è piena soprattutto di libri di arte e il suo artista preferito è stato Lucio Fontana: «Era un uomo eccezionale». Si mette a rovistare sulla sua grande scrivania, sta cercando una cartellina, tira fuori due disegni di Ernesto Treccani, quasi un suo coetaneo, era nato nel 1920, ma se ne è andato dieci anni fa. Me li mostra, sono due donne stilizzate, li rimette nella cartellina e me li regala. Perché? «Perché è un modo di farli vivere. Non è generosità, il piacere è mio, con te staranno più tempo». Ma se non è generosità questa! «No, la generosità per essere tale deve essere scomoda, devi fare qualcosa di fastidioso e faticoso, altrimenti è solo un piacere».

giovedì 17 settembre 2020

Alle radici della violenza






Alle radici della violenza



Francesco Provinciali    16 Settembre 2020       

http://www.associazionepopolari.it/APWP/2020/09/16/alle-radici-della-violenza/


Prosegue inarrestabile (potrebbe essere diversamente?) la striscia negativa delle brutte notizie.


Si resta sbigottiti a seguire l’avvicendarsi di fatti di cronaca nera: ripetuti e quotidiani gesti di violenza che si superano per efferatezza e bestialità. “Homo homini lupus”: da sempre è così ma oggi tutto è amplificato ed enfatizzato dai media, di ‘buone nuove’ si è persa ogni traccia, non si trovano più neanche nei mercatini dell’usato.

È tutto un rimbalzare di episodi atroci e criminali: comunque li si voglia chiamare o definire si appalesano come evidenze drammaticamente negative sia del vivere sociale che dei comportamenti individuali. Una lunga catena di gesti inconsulti di cui ci si attende quotidianamente l’anello successivo, come se la notizia di quelli precedenti fosse del tutto ininfluente rispetto ad ogni remora, incapace di fermare una mano assassina, come in una sfida dove il delitto vince la ritrosia, i freni inibitori, il timore di essere scoperti e puniti, per non parlare delle regole morali che vengono infrante: il rispetto della sacralità della vita, il diritto all’identità e al futuro per ogni essere umano, il pudore e il pentimento verso ogni possibile offesa della sua dignità.

Alle radici della violenza come atteggiamento ripetuto e prevalente rispetto alle alterne vicende della vita c’è un mix di derive sociali che spingono, condizionano fino ad una sorta di mutazione antropologica, ci sono atteggiamenti compulsivi condivisi, esempi negativi che non vengono corretti e stigmatizzati, come se il gruppo fosse branco, il sodalizio umano un luogo di reciproche sopraffazioni.

Alla base della violenza dilagante c’è la crisi epocale, economica in tutti i suoi risvolti: l’immigrazione clandestina, la disoccupazione, la miseria, le povertà emergenti, la pochezza culturale. A cominciare dal linguaggio imbarbarito ed usuale e dalle sue declinazioni in gesti di aggressività e – specularmente – dalla debolezza del pensiero, dalla carenza di riflessione, dal mercimonio dei sentimenti.

Ci sono drammi umani che sconvolgono e ribaltano esistenze e consuetudini, che portano a situazioni insostenibili e impensate, che generano pulsioni di indignazione e ribellione.

La violenza oggi nasce in una società dove l’ignavia e l’indifferenza si mescolano a prepotenze che schiacciano le persone verso una irreversibile soccombenza, impongono ingiustizie intollerabili. Ma non dobbiamo dimenticare che la scelta tra il bene e il male, tra un atteggiamento pacifico e interlocutorio e l’esplosione incontrollata di pulsioni bestiali è legata al discrimine del libero arbitrio perché nel momento in cui si decide di offendere, ferire, aggredire, uccidere si è soli davanti alla propria coscienza.

Da troppo tempo si è diffuso un senso di impunità nei comportamenti sociali e molta parte della cultura finora prevalente ha contribuito a de-responsabilizzare gli individui nei confronti della loro coscienza individuale. La certezza o la speranza di farla franca, di cavarsela a buon mercato, di restare impuniti, di non essere scoperti, di ritenersi capaci di compiere il delitto perfetto, di essere tutelati in sede di procedimento giudiziario da tutta una serie di variabili attenuative e indulgenti sono sostenuti troppo spesso da un lento e progressivo ovattarsi del “senso di giustizia” nell’immaginario collettivo.

Tutti invocano un tipo di giustizia che stenta a realizzarsi, perché alla colpa o al dolo subentrano le aspettative di resipiscenza e redenzione, la tutela del presunto colpevole supera la ricerca della verità: la morte è morte, non c’è più nulla da fare per chi non c’è più, niente è più esemplare di chi si emenda, di chi perdona: “in dubis abstine”…..“in dubio pro reo”.

E il legittimo diritto di difesa anche di fronte all’evidenza dei fatti, il ricorso alle attenuanti generiche, il pentitismo a buon mercato, l’invocazione troppo spesso ripetuta dell’incapacità di intendere e di volere, l’attenuazione del principio di consapevolezza e volontà, la scelta del rito abbreviato, lo sconto di pena, la sua conversione in una sanzione più mite, la facile e disinvolta cultura della riabilitazione, un buonismo intriso di cavilli procedurali e di scrupoli di coscienza: tutto attenua, tutto ridimensiona, bisogna capire … “ha perso la testa ma non voleva”… “è sempre stato un bravo ragazzo”… “è un uomo tutto casa e lavoro”…”sentiva delle voci che gli dicevano di commettere il male … ma lui non era consapevole … si è accorto dopo di ciò che ha commesso … ora è pentito e chiede perdono”.

Ma possiamo permettere di abituarci collettivamente al femminicidio, alla violenza criminale sui familiari, alla pedofilia, all’abuso dei minori, alla sopraffazione dei deboli e degli indifesi, allo stalking compulsivo, ossessivo e persecutorio come se fossero comportamenti socialmente dilaganti, fatti prevalenti di costume, giustificati dalla crisi economica, dalla perdita del lavoro, dal presunto tradimento, dalla debolezza umana, dalla provocazione, dal sentimento di possesso?

Credo fermamente di no.

Il susseguirsi di episodi di violenza e di offesa diventa esso stesso spettacolo, come nella sequenza di una fiction ad episodi mentre restano sul campo vittime senza colpevoli, rimane il dolore e la disperazione dei padri, delle madri, dei figli nel quale ci immedesimiamo con partecipazione emotiva sincera ma spesso effimera.

Alla radice della violenza c’è il prevalere del male sul bene, del crimine sull’onestà di intenti: c’è sempre l’uomo, la persona., l’individuo che in genere – eccetto rare e documentate situazioni di buio della coscienza – decide ed agisce secondo deliberazione e consapevolezza del delitto che sta compiendo. Ricordo ciò che mi disse il Prof. Vittorino Andreoli: “ci pensi su due volte prima di dire conosco una persona”.

Che cosa scatta nella mente di chi alza il braccio per un gesto omicida? Non sempre o non solo la follia. Non sempre e non solo l’istinto dell’ira irrefrenabile e inconsapevole.

Si dovrebbe guardare a questi fatti per quello che sono, molto, troppo spesso: gesti cercati, costruiti, studiati e ‘scientemente premeditati’ di violenza, ad ogni costo, oltre il rispetto della vita altrui.

Sovente la “follia” viene confusa con una deliberata alterazione dell’ego, come un’ombra oscura che nasconde la realtà fino a negare “intenzione e volontà”. E nelle pieghe di questi fatti di cronaca emerge lo spaccato di condizioni sociali e individuali coscientemente orientate verso il male.

“Non giudicate se non volete essere giudicati”: è vero.

Direi di più: in una società veramente civile ogni pena deve essere programmata in funzione del riscatto e della riabilitazione del reo. Ma se archiviamo la violenza come comportamento possibile, imprevedibile, comprensibile, tollerabile cercando attenuanti e giustificazioni fino a forzare l’evidenza del principio di realtà ci poniamo tutti, indistintamente fuori da quella cerchia di valori e di esempi positivi e orientati al bene comune sui quali si basa la nostra convivenza e l’idea stessa di civiltà.

In questo consiste forse la nostra “vera e inconsapevole follia”.